IL SACRIFICIO PREMIA LA JUVENTUS: UN RITORNO ALLE ORIGINI PIU’ OBBLIGATO CHE VOLUTO

Erano venuti in Italia in tour, a Torino a fregiarsi del titolo di Campioni d’Europa per club, allo Stadium ricchi di rubli e di talento pagato a peso d’oro. Cosa poteva ordunque andare storto al Chelsea del genio Tuchel? Tutto, semplicemente tutto.


Le avvisaglie non erano neanche così difficilmente interpretabili, poiché, al cospetto di una rosa così profonda, l’assenza di quel motorino instancabile targato Kantè in mediana non è roba da poco. A proposito, a lui auguri di pronta guarigione da quel maledetto virus che ci condiziona la vita da un biennio. L’altra faccia della medaglia presentava una Juventus quantomai in difficoltà, con defezioni significative e purtroppo reiterate, con una retroguardia colabrodo non ancora in grado di mettere a tabellino un clean sheet e col morale non più sotto ai tacchi, ma che non andava di certo oltre le caviglie. “M’è venuta in mente ‘na cosa strana” recitava Allegri sorridendo, quasi inconscio del periodo in cui la Juve si trova. Quella cosa era la coppia d’attacco Fede-Fede: il delirio! E giù di critiche sin dall’annuncio, di pessimismo, di resa, di bandiera bianca supplicando i Blues di non farci troppo male.

In realtà è un 4-4-2 senza i 2 davanti: niente punti di riferimento per i difendenti avversari ma neanche per i nostri, che spesso si son trovati nella condizione di non riuscire a tenere su palla e a rifiatare dalla pressione asfissiante del Chelsea.

Un buon quarto d’ora d’apnea che per il povero Danilo sarà sembrata un’eternità: preso in mezzo da Ziyech e Alonso, che puntualmente riuscivano a trovare il fondo o a rendersi pericolosi convergendo e tentando la giocata.

Poi la svolta tattica, il saper leggere lo svolgimento del match, il superare l’iniziale progetto per la partita per portare benefici alla squadra modificandone l’assetto. Ecco quindi il 3-5-2, col brasiliano a fare il braccetto di destra accanto all’imponente Bonucci e al colosso olandese chiamato deLigt. Squadra corta, cortissima, a pressare duro e a ripartire alla velocità della luce grazie a quel diavolo non di nome, messo a fare il centravanti, accanto all’ex gemello alla Viola in posizione più arretrata per cercare di rifinire.

Neanche il tempo di rientrare in campo che i Chicco danno mostra del loro feeling: stacco imperioso di un ancora parzialmente inespresso Rabiot, stop di Bernardeschi e assist d’esterno sinistro in profondità per Chiesa, che, bruciato il proprio marcatore, trafigge con una cannonata sul primo palo l’incolpevole Mendy.

Sostanzialmente la fine dei giochi pur essendo ancora al primo minuto del secondo tempo. Il Chelsea propone tanto possesso palla, molti tentativi cross e imbucate, ma poche vere azioni pericolose, sia per bravura della retroguardia bianconera, sia per l’oramai sterilità conclamata di Lukaku contro la Juventus, contro l’Italia, contro le avversarie forti e nei momenti decisivi. La scoperta dell’acqua calda insomma. Così la Madama sale a 6 punti nel girone, con la qualificazione quasi in tasca e una consapevolezza nei propri mezzi che magari prima non c’era.


Una consapevolezza che non deve tramutarsi in presunzione perché la beffa è dietro l’angolo: in Serie A nessuno lascia praterie come il Chelsea di ieri sera, in poche ti permettono un approccio prettamente difensivo e di ripartenza e, soprattutto, è molto più semplice che la concentrazione venga meno contro squadre non di prima fascia. Tuchel, Havertz e Lukaku sono già il passato, ora servono nuovi stimoli per riproporre quel cuore, quella voglia di sacrificarsi per il compagno e di rimettere in piedi il gruppo che un po’ sembrava essersi sfaldato nel tempo.

C’è il derby. Non serve aggiungere altro.


@44gattdernesto



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